Lo spazio urbano e l’immaginario distopico in Giappone

Lo spazio urbano e l’immaginario distopico in Giappone

È stato di recente confermato l’avvio al progetto di demolizione della Nakagin Capsule Tower di Tōkyō, uno dei simboli più significativi del Metabolismo – movimento architettonico nato in Giappone negli anni sessanta. Ma in cosa consiste il pensiero del ‘metabolismo’ in relazione allo spazio urbano e perché è importante nel discorso riguardante l’immaginario sci-fi in Giappone?

Influenzati dall’architettura rigorosa e avanguardistica di Le Corbusier, ma anche dai progetti del famoso architetto giapponese Renzō Tange, il gruppo dei metabolisti divenne portavoce dell’architettura giapponese contemporanea e riuscì ad imporsi come uno dei movimenti più innovativi  nella scena internazionale. 

 

Il gruppo, formato dagli architetti Kurokawa Kishō, Kiyonori Kikutake, Fumihiko Maki, Masako Ōtaka e dal critico Noburu Kawazoe,  pubblicò nel 1960 una serie di articoli in occasione della World Design Conference che proprio quell’anno si sarebbe tenuto a Tōkyō, articoli raccolti poi in un’opera che divenne il loro manifesto ideologico: Metabolism: The proposal for new urbanism.

 

 

Nella sua accezione generale il termine ‘metabolismo’ indica quel processo biologico necessario per il mantenimento vitale dell’organismo attraverso la sua continua rigenerazione. Nel campo dell’architettura tale definizione viene associata alla progettazione della città urbana contemporanea e futurista, riprendendo il meccanismo fisiologico di riprocessazione ed evidenziandone quindi il carattere processuale e adattivo. 

 

Un concetto che ben si presta all’analisi di questa logica viene dato dall’architetto Ashihara Yoshinobu, che propose l’idea della cosiddetta «città-ameba». Per Ashihara, la metropoli deve essere pensata e progettata come un grande organismo in continua espansione, in virtù di una prospettiva organicistica della realtà. 

 

Secondo l’ottica avanguardistica dei metabolisti è perciò necessario ridefinire l’architettura urbana tenendo in mente i grandi cambiamenti e le dinamiche che intercorrono all’interno della società. La realtà dinamica deve essere accettata e l’architettura deve riflettere questa stessa realtà, riuscendo ad adattarsi ai nuovi cambiamenti. 

 

Gli architetti che abbracciavano questa ideologia promuovevano quindi un tipo di architettura anticonvenzionale e utopica, ma soprattutto, in accordo con l’idea della società-organismo, flessibile e dinamica.

 

Questa utopia architettonica può essere riassunta sotto la definizione data da alcuni studiosi di «poetica della grande dimensione» (Adele Leone, “LA CITTÀ GIAPPONESE: UNA REALTÀ CHE VIVE TRA PASSATO E PRESENTE: L’interpretazione architettonica di Kurokawa Kishō e dei Metabolisti”, in Il Giappone, 36, IsIAO, 1996, p. 149.), ovvero la creazione di megastrutture che siano capaci di contenere al loro interno altre sottostrutture più piccole adibite a funzioni diverse. 

 

Questo approccio nasce in un contesto caratterizzato da un costante aumento demografico, ma allo stesso tempo da una diminuzione delle terre abitabili, che vedrà l’emergere di una nuova categoria di ambiente cittadino: le città sovraccaricate. Tōkyō, così come New York e Parigi, sono viste con disprezzo dagli architetti del pensiero metabolico, perché concepite solamente come delle megalopoli in cui gli spazi naturali si riducono al minimo a favore, invece, di una più ampia espansione dello spazio urbano.

 

A rappresentare al meglio la soluzione a questi problemi relativi al terreno mancante, troviamo i progetti che propongono lo spazio aereo e quello marino come i futuri luoghi abitativi. Esemplificativi di ciò sono infatti i progetti proposti da Kikutake di «Città-Torre» e di «Città-Marina», così come l’immagine proposta da Isozaki Arata della «Città Aerea». Tuttavia, il concetto che forse meglio rappresenta questa teoria dello spazio urbano come grande organismo è la «Città-Elica», strutturata in modo tale da svilupparsi nella sua dinamicità e nella sua verticalità. 

 

Alla base di questi progetti c’era l’idea che solo attraverso la rivoluzione dell’architettura, con la destrutturazione delle città e la sua conseguente ricostruzione, si poteva giungere a un nuovo schema urbano che fosse funzionale ai processi accelerati, e talvolta fuori controllo, della modernizzazione.

È dunque su questa base che, affrontando la confusione e il caos generati da una società in crescente e veloce cambiamento, questi architetti rivoluzionarono il panorama dell’architettura urbana sviluppando una serie di modelli innovativi. Ciò rappresenta il contributo fondamentale del movimento verso l’urbanistica contemporanea non solo giapponese, ma di tutto il mondo.

 

Piuttosto che considerare la città come un’entità statica, il pensiero metabolico enfatizza la dimensione viva e processuale della città – paragonandola a un organismo vivente – composto dai diversi cicli metabolici in relazione tra di loro e con l’ambiente circostante. 

I METABOLISTI E LE DISTOPIE GIAPPONESI

 

Tra gli anni Sessanta e Settanta – periodo in cui il Giappone vide un boom economico senza precedenti e, come detto in precedenza, un’accelerazione della crescita urbana – Tōkyō divenne modello di città utopica. 

 

Il problema principale che i metabolisti cercavano di risolvere era proprio quello dello sprawl urbano – cioè l’espansione urbana caotica e incontrollata verso le zone periferiche – e la soluzione che venne adottata fu di utilizzare megastrutture e spazi artificiali.

 

Questi progetti architettonici futuristici divennero modello anche per la costruzione dell’immaginario dello spazio presente nella science-fiction giapponese. Infatti, William Gardner afferma che l’architettura e la science-fiction sono accomunate dal fatto che sono forme di simulazione artistica (William O. Gardner, The Metabolist Imagination: Visions of the City in Postwar Japanese Architecture and Science Fiction, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2020, p. 1): entrambe hanno la capacità di pianificare il futuro del rapporto tra ciò che è naturale e ciò che è costruito, illustrando in questo modo l’ideale delle città del futuro. Le narrative sci-fi riflettono spesso le trasformazioni e i cambiamenti che potrebbero avvenire nel futuro e le proiettano nella costruzione dell’immaginario costitutivo del proprio spazio urbano. 

 

In particolare l’architettura proposta dai metabolisti e i prodotti di science-fiction prendono origine dagli aspetti distopici della realtà sociale. Secondo Gardner, la connessione tra architettura e le narrative sci-fi si muovono su tre assi principali, ripresi dai progetti proposti dal movimento metabolista: megastrutture che si sviluppano anche su territori artificiali e sul mare, capsule, e il modello delle città apocalittiche. 

 

 

Per quanto riguarda le connessioni con  l’apocalisse, queste  riflettono le memorie traumatiche del passato. Infatti, il panorama urbano giapponese è stato storicamente distrutto e ricostruito, e questo ciclo di distruzione e ricostruzione ha favorito lo sviluppo di un certo pensiero sia nelle idee architettoniche che nella narrativa sci-fi. 

 

Ciò è strettamente legato soprattutto al Giappone del secondo dopoguerra, in cui l’eco della violenza bellica e, soprattutto, della bomba atomica – preludio del consecutivo annichilimento di massa delle città di Hiroshima e Nagasaki – era ancora molto forte. 

 

Non è un caso, infatti, che la capitale Tōkyō venga più volte distrutta, ad esempio, nella cinematografia: il caso dei continui attacchi di Gojira/Godzilla ne sono un esempio, proprio perché rappresentano le paure e le ansie più o meno conscie di una generazione che ancora sente gli echi del passato. 

 

Ciononostante, Tōkyō non viene solamente distrutta, ma anche ricostruita a partire dalle sue stesse macerie. Ciò ci suggerisce l’idea di una concezione ciclica dell’apocalisse (William O. Gardner, op. cit., p. 19): così come i metabolisti vedevano nella continua rigenerazione metabolica dell’organismo la filosofia dietro alla loro progettazione, anche l’edificazione degli spazi urbani all’interno della letteratura fantascientifica si trovano convogliati in un continuo ciclo di distruzione e ricostruzione. 

 

 

L’idea di “capsula” è uno dei punti chiave della concezione architettonica metabolista. L’opera forse più iconica di questo movimento è la Nakagin Capsule Tower di Kurokawa Kisho. Le capsule sono pensate per essere delle abitazioni trasportabili, presentate in megastrutture che venivano modificate e riposizionate in base al loro ciclo vitale, ai cambiamenti sociali e alla moda del momento.

 

Così come le capsule sono dei luoghi protettivi e capaci di essere trasportati con relativa facilità, Gardner compie un paragone con i robot della celebre opera di Go Nagai, “Mazinger Z”. Questi mecha racchiudevano caratteristiche simili alle capsule e possono entrambe essere considerati delle enclosure e dei rifugi protettivi, ma capaci di essere facilmente amovibili. L’obiettivo dei metabolisti era però quello di dare lustro a una nuova identità dell’architettura giapponese che, a causa della guerra, si trovava in uno stato di stagnazione. 

 

 

La connessione tra la nuova architettura proposta dai metabolisti e gli spazi abitativi costruiti all’interno delle narrative distopiche trovano terreno comune e influenze reciproche.  Ne è un esempio la famosa opera di Katsuhira Otomo, Akira, che ha visto una calorosa accoglienza  del pubblico. 

 

In quest’opera divenuta cult nel panorama delle culture pop giapponesi dagli anni Ottanta ai nostri giorni, emerge proprio l’idea di distopia che, contrapponendosi alle città utopiche e avveneristiche, risulta essere il prodotto delle ansie legate alla paura e alla sfiducia verso la tecnologia imperante nell’era contemporanea. Neo Tōkyō è la città nuova che riemerge dai cumuli di detriti prodotti dalla bomba atomica, ma è anche una città in cui le idee utopiche dell’architettura metabolista non hanno visto la loro realizzazione.

 

Gli architetti metabolisti, quindi, non solo sono riusciti a proporre un tipo di architettura innovativa e all’avanguardia, ma hanno anche elaborato una visione nuova dello spazio urbano in grado di influenzare la produzione degli immaginari narrativi delle opere sci-fi e distopiche giapponesi.

 

 

Fonti:

Adele Leone, “LA CITTÀ GIAPPONESE: UNA REALTÀ CHE VIVE TRA PASSATO E PRESENTE: L’interpretazione architettonica di Kurokawa Kishō e dei Metabolisti”, in Il Giappone, 36, IsIAO, 1996, pp. 137-167

Raffaele Pernice, Metabolism Reconsidered Its Role in the Architectural Context of the World, in Journal of Asian Architecture and Building Engineering, 2004, pp. 357-363.

https://doi.org/10.3130/jaabe.3.357

Tomokoro Tamari, (review) The Metabolist Imagination: Visions of the City in Postwar Japanese Architecture and Science Fiction di William O. Gardner , in The Journal of Japanese Studies, 47, 2, 2021, pp. 532-536.

10.1353/jjs.2021.0070

William O. Gardner, The Metabolist Imagination: Visions of the City in Postwar Japanese Architecture and Science Fiction, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2020.