Mondi, attimi e bagni pubblici – “Perfect Days” (2023) di Wim Wenders

Mondi, attimi e bagni pubblici – “Perfect Days” (2023) di Wim Wenders

di Filippo Licata

Ciò che in principio avrebbe dovuto essere un documentario incentrato su “The Tokyo Toilet” – un progetto di riqualificazione urbana dei bagni di Shibuya – è infine diventato un film toccante e colmo di significato. Scritto a quattro mani da Wim Wenders e Takasaki Takuma, Perfect Days ci immerge nel cuore pulsante della capitale nipponica attraverso lo sguardo di Hirayama, un uomo di mezza età addetto alle pulizie nei bagni di Tokyo.

Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa ci sia di interessante nella vita di un inserviente, eppure è proprio tra gli attimi di una normalissima routine che nascono momenti di straordinaria bellezza. La pellicola inizia mostrandoci la giornata tipo del nostro protagonista, il quale appare sin da subito metodico e attento. Assistiamo alla sveglia alle prime luci del giorno, alla cura delle piante e poi del proprio corpo. Dopodiché arrivano il caffè in lattina e il tragitto in auto, accompagnato rigorosamente da musica rock degli anni sessanta e settanta, su cassette. 

Le scene incentrate sulla pulizia dei servizi igienici rivestono grande importanza perché, in primo luogo, sfoggiano le magnifiche opere realizzate dagli architetti coinvolti nel progetto sopracitato. Per la riprogettazione delle diciassette location della città sono stati coinvolti sedici creativi, ovvero: Fumihiko Maki, Kashiwa Sato, Kengo Kuma, Masamichi Katayama, Nao Tamura, Shigeru Ban, Tadao Ando, Tomohito Ushiro, Junko Kobayashi, Kazoo Sato, Marc Newson, Miles Pennington, NIGO, Sou Fujimoto, Takenosuke Sakakura e Toyo Ito. Ognuno di essi ha alle spalle un curriculum non indifferente e non c’è da sorprendersi se sono stati coinvolti per un’impresa del genere. 

 

 

Ciò detto, le scene in questione ci suggeriscono un primo confronto generazionale. All’approccio meticoloso di Hirayama, che pulisce minuziosamente ogni anfratto dei bagni, pur consapevole che verranno sporcati di lì a poco, si contrappone la svogliatezza del giovane collega Takashi, che compie il suo lavoro in modo approssimativo e poco efficiente. 

Seguono poi le pause pranzo, che ci permettono di comprendere l’amore del protagonista nei confronti della natura e la sua passione per la fotografia analogica. Proprio in questi frangenti lo vediamo intento a immortalare quel fenomeno che i giapponesi chiamano komorebi, ovvero la luce che filtra attraverso le foglie degli alberi. 

Il resto della giornata scivola via tra la visita giornaliera ai bagni pubblici, la cena a un locale che frequenta abitualmente e la lettura di qualche pagina, prima di sprofondare nel sonno. I giorni successivi proseguono uguali, eppure in qualche modo diversi, per mezzo di incontri e avvenimenti inaspettati che danno colore alla vita. 

Impossibile non citare il foglietto contenente uno schema di tris che Hirayama trova in una fessura di un bagno, e che, per assurdo darà inizio a un’atipica partita tra sconosciuti. Oppure quando si lascia coinvolgere dai drammi amorosi del suo collega: finirà per vivere un pomeriggio a dir poco memorabile ma, al termine della giornata, si ritroverà senza carburante e soldi per fare rifornimento. La pellicola è piena di momenti del genere, capaci di suscitare tenerezza o strappare qualche sorriso. 

 

 

Uno dei maggiori pregi del film sta nell’assenza di spiegazioni riguardo i personaggi coinvolti – asserendo a quello che gli anglofoni chiamano “show, don’t tell” – e facendoci tuttavia affezionare a essi. Per esempio, a un certo punto vediamo l’arrivo della nipote di Hirayama, Niko, e ancora una volta ci viene mostrata la bontà di quest’ultimo, seppure non venga fatta luce in merito al suo passato. 

Trovandosi davanti una ragazzina praticamente estranea, proveniente dalla famiglia dal quale ha tagliato i ponti, avrebbe potuto rispedirla a casa il prima possibile. Invece la ospita, si prende cura di lei e passano del tempo insieme, tornando a conoscersi. Viste le somiglianze il confronto tra i due è inevitabile, e ancora una volta torna a farsi sentire la questione generazionale. Trovo esilarante la scena in cui la ragazzina si domanda se una certa canzone stia su Spotify e lui le chiede dove si trova, credendo si riferisse a un negozio. 

L’intera vicenda si conclude con la chiamata di Hirayama alla sorella, seguita dall’inevitabile confronto tra i due. A questo punto si capiscono diverse cose sul nostro protagonista, potremmo dire che i nodi vengono al pettine, ma in realtà possiamo solo immaginare il contesto in cui è cresciuto e le situazioni che lo hanno portato a vivere questo tipo di vita.

Ma che vita? Sicuramente umile (vive in una casa modesta, fa un lavoro che in molti rifiuterebbero) ma non per questo priva di significato e valore. Se la nostra percezione della routine è vista solitamente in accezione negativa, composta da ripetizioni estenuanti, vediamo Hirayama vivere in modo pieno, senza quel pilota automatico che si tende ad assumere in contesti del genere. In altre parole, è un uomo che vive il momento, anche quando le cose non vanno per il verso giusto. 

Perfect Days è un film sulla felicità, lo stato d’animo per eccellenza, quella cosa che ci ostentiamo a seguire fissandoci obiettivi e dando sfogo a tutte le nostre ambizioni. La pellicola ci mostra come basti poco per essere felici, anche se bisogna rinunciare ai desideri (materialistici e non) della società in cui viviamo. 

Come dice Hirayama in una scena, il nostro mondo è fatto di tanti mondi che coesistono, anche se alcuni sono inconciliabili. Sebbene questa frase fosse riferita al suo contesto familiare, il protagonista ha deciso di vivere in un mondo tutto suo: fa parte della società ma resta fuori da certe dinamiche, tant’è che ci appare quasi legato al passato. È uno stile di vita che molti potrebbero ritenere impensabile, ciononostante gli ha garantito la felicità. 

 

 

Un altro elemento degno di nota è dato dal confronto generazionale di cui sopra, un paragone che non giudica ma, ancora una volta, mostra come la società sia cambiata. Dall’attitudine al lavoro fino alla percezione della collettività, che oramai sembra svanire. Lo si nota in particolare nelle scene al locale di Mama, un luogo frequentato principalmente da uomini di una certa età, dove si respira un’aria diversa, familiare. 

Hirayama non perde l’occasione di andarci durante i giorni liberi e tale scenario culmina nelle sezioni finali del film. Quasi per caso finisce per sbirciare un momento di intimità tra la donna e l’ex-marito, e dopo una goffa fuga, si ritrova a empatizzare con quest’ultimo, attraverso momenti al contempo commoventi e divertenti. 

Nella pellicola trova spazio anche un pizzico di malinconia. Difatti, al termine di ogni giornata, ci vengono mostrati per qualche istante i sogni di Hirayama. Solitamente riguardano i personaggi incontrati nelle ore precedenti, e ricordano in parte le fotografie scattate dal protagonista, poiché sono in bianco e nero. Questo stato d’animo ci viene trasmesso anche dall’ultima scena, un lungo primo piano nel quale Hirayama dà sfoggio a tutte le sue emozioni. Il risultato è decisamente coinvolgente e spinge a riflettere sul viaggio appena giunto al termine. 

In conclusione, Perfect Days è un film armonioso, rilassante e profondo. La sua natura da slice of life non denota superficialità bensì gli consente di trattare certe tematiche con leggerezza. È con grande delicatezza che Wenders delinea la società giapponese, una società fatta di rituali e tradizioni, ma anche di contaminazioni da parte dell’occidente, elemento che si nota in particolare con la colonna sonora. Infatti, quest’ultima contiene soltanto una traccia giapponese, di Kanenobu Sachiko. E poi c’è la fotografia, diretta da Franz Lustig, la quale non si limita a regalarci fantastici scorci da cartolina, ma si presta a riflessioni sul rapporto tra luce e ombra. Non a caso, sono presenti diverse inquadrature incentrate su ombre e luci che appaiono fulminee, ma con ricorrenza. 

 

In tutto ciò non ho menzionato la straordinaria performance di Yakusho Koji. Se il taciturno Hirayama appare così umano è anche merito del suo interprete, capace di catturare perfettamente ogni emozione. Lo stesso si può dire del resto del cast, i cui personaggi hanno avuto meno tempo a schermo rivelandosi ugualmente memorabili. Insomma, si tratta di un film semplicemente splendido, che ribadisce la grande abilità di Wenders.