Racconti dal Medioevo giapponese: otogizōshi e figure mostruose
Storie di demoni e guerrieri, di improbabili amori, inganni e gelosia; ecco di che cosa parlano i racconti contenuti nella raccolta “La monaca tuttofare, la donna serpente, il demone beone. Racconti dal Medioevo giapponese”. Attraverso dieci storie, il libro ci trasporta in un’epoca di grandi trasformazioni per il Giappone, e ci catapulta in un mondo dove realtà e fantasia si fondono, e dove l’incontro con il mostruoso non è poi così strano o fuori dal normale.
“La monaca tuttofare, la donna serpente, il demone beone. Racconti dal Medioevo giapponese” è una raccolta curata da Roberta Strippoli, pubblicata da Marsilio nel 2001. I racconti presenti in questo libro vengono definiti otogizōshi, termine che potremmo tradurre letteralmente con “racconti di compagnia”, che servivano a intrattenere più tipi di pubblico, sia popolare che aristocratico.
Come già accennato, gli otogizōshi possiedono tutti uno sfondo fantastico; ciò è legato in parte alle incredibili esagerazioni che vengono fatte – per esempio, della bellezza di alcune donne, o delle ricchezze di un qualche umile uomo che ha fatto fortuna –, in parte all’apparizione di entità divine, fondamentali in questo genere strettamente legato alla religione, in particolare buddhista. Ma è anche la preponderante presenza di mostri e demoni che contribuisce a rendere molti di questi racconti fantastici, nonostante la commistione tra sogno e realtà risulti comunque naturale. È proprio su alcune di queste figure mostruose che ci concentreremo in questo articolo.
Ne troviamo di vario tipo: da donne che per la gelosia si trasformano in serpenti e perseguitano l’uomo amato, a mostri che facilmente si lasciano ingannare dai guerrieri inviati per eliminarli, arrivando addirittura a uomini che tentano di distruggere il proprio riflesso in uno specchio poiché lo credono un demone.

Ma entriamo nello specifico di qualcuna di queste storie. Un peculiare esempio di figura mostruosa, la cui storia ancora oggi viene raccontata, è quella di Hachikazuki, la ragazza con la ciotola in testa. Figlia del Governatore Sanetaka, rimane orfana della madre a soli tredici anni e si ritrova con una ciotola incollata alla testa. Da qui il nome Hachikazuki, poiché hachi significa ‘ciotola’ e kazuki è la nominalizzazione del verbo kazuku, che vuol dire ‘portare in testa’.
Hachikazuki viene ben presto allontanata dalla casa del padre dalla matrigna, e dopo un periodo di vagabondaggio diventa una serva presso la casa del Capitano Yamakage. Il resto della servitù la schernisce e la considera disgustosa, addirittura mostruosa, e nessuno prova pietà per lei. L’unica persona che sembra interessarsi a lei è il figlio più giovane del Capitano, Saishō, disposto ad abbandonare la famiglia pur di rimanere con lei. Ed è forse proprio questa devozione a far sì che la ciotola si stacchi dalla testa di Hachikazuki, riempiendola così di sfavillanti ricchezze e facendola risplendere nuovamente in tutta la sua bellezza.
La ciotola, che le era stata messa in testa dalla madre poco prima di morire, può essere inizialmente interpretata come un simbolo di protezione fornito dalla dea Kannon; tuttavia, prima che questa si stacchi dalla testa della ragazza, diventa anche l’elemento che agli occhi delle altre persone la rende un mostro. Questo aspetto contrastante è forse quello più interessante del racconto, poiché sarà poi proprio la ciotola a fornire a Hachikazuki immense ricchezze.
Un’altra figura del folklore che ancora oggi rimane viva nell’immaginario giapponese è quella di Shutendōji, il “demone beone” di cui si parla nel titolo della raccolta. Shutendōji è un oni (ovvero un demone) la cui dimora si trova sul monte Ōe, dove porta le fanciulle che rapisce. Il suo nome significa “piccolo ubriacone”, e sarà proprio grazie al fatto che una volta ubriaco è facilmente ingannabile che gli eroi della storia riescono a sconfiggerlo.
Shutendōji viene descritto come di “carnagione rosea, alto, i corti capelli slegati e arruffati”, e il suo aspetto “faceva rizzare i capelli dallo spavento”. Nel momento in cui va a riposarsi per la notte, questo cambia: i suoi capelli diventano rossi, ha delle corna ed è ancora più alto che di giorno. Nonostante sia sicuramente più imponente di notte, è anche il momento in cui è più vulnerabile, considerando non solo quanto ha bevuto, ma anche il fatto che ha bevuto uno speciale sake offertogli dai guerrieri per indebolirlo e ucciderlo più facilmente.
Egli accoglie nella sua residenza i sei guerrieri come suoi ospiti, e dopo aver appurato la loro innocuità una prima volta, offre loro carne e sangue umani da mangiare e bere. A un certo punto sembra riconoscerli ma, abbindolato dalle parole dell’eroe Yorimitsu, accetta di bere il sake che gli viene offerto. Prima di venire ucciso, afferma di essersi genuinamente fidato dei sei monaci, che tanto monaci non erano; avviene quasi un ribaltamento delle aspettative, poiché ad ingannare sono i guerrieri, che risultano però essere dalla parte del ‘bene’, e a fidarsi e subirne le conseguenze è il demone, che rappresenta chiaramente il male con tutte le crudeltà a cui sottopone le ragazze che rapisce.

Come si può forse già intendere dai due racconti di cui abbiamo parlato, gli otogizōshi hanno sempre un qualche intento morale o didattico, sicuramente anche per il già accennato stretto legame che hanno con la religione; il male viene soppiantato e chi compie delle buone azioni viene ricompensato. Si tratta inoltre di racconti originali e comici, di cui uno degli elementi più innovativi è la varietà di personaggi, appartenenti a diversi ceti sociali, che vengono introdotti al loro interno – nella letteratura precedente, infatti, i protagonisti erano per la maggior parte provenienti da aristocrazia e classe guerriera.
La lingua con cui sono scritti è vivace, e i testi sono ricchi di liste; queste possono essere sia didattiche o anche solo descrittive, sono spesso esagerate, ma in ogni caso rappresentano un elemento di continuità con la tradizione precedente. All’interno dei racconti si possono di tanto in tanto rinvenire delle incongruenze o degli elementi dati per scontati che tuttavia non sono stati precedentemente introdotti; tutto questo deriva dalla tradizione orale a cui appartengono la maggior parte degli otogizōshi.
Molti di questi, infatti, prima di venire trascritti in epoca medievale (che in Giappone va approssimativamente dal 1200 al 1500) hanno conosciuto una tradizione di trasmissione orale. Vi erano tantissimi cantastorie, che spesso si accompagnavano con immagini o musica, e capitava anche che modificassero elementi delle storie per adattarli alla tradizione della regione in cui si trovavano. È bene ricordare, comunque, che altre storie nacquero invece direttamente in contesti intellettuali, magari di monaci o nobili decaduti, e non conobbero mai una forma orale.
Nonostante dunque appartengano a un periodo antico e ormai lontano come quello del Medioevo, gli otogizōshi sono dei racconti che grazie alla loro originalità, varietà e comicità possono intrattenere anche un pubblico contemporaneo. Se vi hanno incuriosito, lasciatevi allora trasportare in un mondo di mostri, figure divine e persone comuni che possono ancora insegnarci tanto.