MOSTRI, MACCHINE, DONNE: i mille volti del mostruoso femminile

MOSTRI, MACCHINE, DONNE: i mille volti del mostruoso femminile

 


Ai margini del campo visivo la luce sfarfalla. È la televisione? Eri sicuro di averla spenta, si sarà riaccesa da sola, forse, per uno scompenso di corrente. Un brivido ti attraversa da capo a piedi, ma lo scacci: è notte fonda e ti lasci condizionare facilmente, come sempre. Decidi di uscire a prendere aria, la vecchia lanterna di carta appesa fuori ti sembra più rovinata di prima, ma forse è la penombra ad ingannarti. Ridi tra te e te, quanto sei sciocco, scacci un pensiero scuotendo la testa. Eppure il brivido non se ne va, anzi, aumenta. L’ansia si accumula in un punto profondo dentro la tua pancia, sembra ti stia annodando le viscere. Qualcosa si muove in lontananza, giuri di aver visto un’ombra, dei capelli neri sparire dietro l’angolo. Ora ne sei sicuro: c’è qualcosa dietro di te. Non vuoi girarti, devi girarti. Prendi coraggio, cerchi di fare un respiro a pieni polmoni e poi… 

Nella cultura giapponese, il corpo femminile è spesso stato rappresentato come un luogo di mistero, trasformazione e paura. Dalle antiche leggende popolari ai manga contemporanei, la figura della donna mostruosa – che si tratti di una madre strega, di un fantasma vendicatore o di una cyborg senz’anima – incarna molto più di un semplice spavento. È la manifestazione viscerale di ciò che una società teme, controlla o rimuove: la sessualità, la rabbia, la libertà, la morte.

Riprendendo Barbara Creed, dal suo saggio The Monstrous-Feminine (1993), la presenza massiccia di figure femminili mostruose nella tradizione e nei media moderni ci dice maggiormente sulle paure maschili che sul desiderio femminile o la sua soggettività. Suggerisce che il terrore che circonda il corpo femminile nasca dalla sua capacità di sovvertire l’ordine simbolico: generare, contaminare, sfuggire alla norma. Dal folklore delle onryō, spiriti tormentati e vendicativi, alle protagoniste dei manga cyberpunk e degli anime disturbanti, il corpo femminile diventa spesso il luogo in cui si giocano le ansie sociali: la sessualità, la maternità, la perdita del controllo, l’identità che si dissolve.

Nella tradizione giapponese, il confine tra umano e demoniaco è spesso tracciato dall’intensità delle passioni. Quando il dolore, la gelosia o l’abbandono superano la soglia del sopportabile, la trasformazione mostruosa diventa inevitabile. Due tra le figure più emblematiche di questa metamorfosi emotiva sono Uji no Hashihime, la donna che scelse di diventare demone per vendetta, e Rokujō no Miyasudokoro, la dama aristocratica del Genji Monogatari il cui amore tradito si muta in forza distruttrice. Entrambe incarnano il timore antico che l’eccesso di sentimento possa deformare l’animo e il corpo, trasformando la donna in un essere pericoloso e potente, capace di manipolare e sovvertire il dominio maschile – anche solo temporaneamente.

Nel periodo medievale, sia nel Genji Monogatari che nello Heike Monogatari, troviamo menzionata la storia di Uji no Hashihime, che traduce nell’immaginario giapponese quell’antico detto inglese che recita “non c’è all’inferno furia pari a quella di una donna tradita”.

La sua storia trova diverse varianti. Secondo una leggenda conosciuta in periodo Heian le vicende sono le seguenti: la protagonista chiede al marito di portarle delle alghe per guarire la nausea mattutina, ma una volta arrivato in prossimità del mare, una divinità marittima si innamora di lui e i due si sposano. La moglie umana, rimasta ad aspettarlo invano, disperata e amareggiata si butta nel fiume Uji e muore. ma di particolare interesse è quella contenuta nello Heike Monogatari, in cui la protagonista non si suicida come in altre versioni, ma prega la divinità di Kibune di trasformarla – ancora viva – in uno oni, così da poter uccidere la donna di cui il marito si è innamorato. La divinità, allora, risponde alle sue preghiere e le suggerisce di cambiare il suo aspetto e di fare il bagno per venti giorni nelle rapide del fiume Uji. La donna obbedisce alle indicazioni date, dividendo i capelli in ciocche che modella in cinque corna, colorando di rosso il suo viso e mettendo sul capo un kanawa (un tripode di ferro, che darà il nome all’opera teatrale Noh ispirata alla vicenda) e con sé porta tre torce. Ormai mutata in oni, uccide i parenti della donna causa della sua gelosia e dell’uomo che l’ha abbandonata, apparendo nella forma di un uomo quando uccide le donne e viceversa. Ogni omicidio la rende sempre più terrificante, tanto da spingere gli abitanti della capitale a nascondersi.

In un contesto diverso, ma affine, troviamo il noto personaggio di Rokujō no Miyasudokoro, personaggio chiave del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, la cui mostruosità non è volontaria, ma indomita e indomabile. Diversi studi antropologici, soprattutto quelli riguardanti le società poligine, mostrano come siano spesso le donne a cadere vittime di possessioni spiritiche e nel Genji le donne possedute manipolano i loro oppressori, ottenendo da loro l’attenzione e la reverenza che precedentemente erano venute a mancare.

Rokujō è una donna di rango elevato, colta e raffinata, che vive tuttavia la stessa angoscia di abbandono di Uji no Hashihime. Amante del protagonista Hikaru Genji, si vede progressivamente sostituita da altre donne. L’umiliazione e l’impotenza sociale che subisce, fermentano in lei fino a generare una trasformazione invisibile ma devastante: il suo spirito, senza che lei lo voglia pienamente, abbandona il corpo e perseguita le rivali. Non diventa quindi un oni, ma diversamente di un ikisudama, ovvero uno spirito “vivente” e la sua furia si abbatte su Aoi no Ue, moglie del principe splendente, possedendola poco dopo che essa aveva partorito. Questa vicenda verrà poi ripresa con la stessa trama il in un’opera Nō.

Purtroppo, per Rokujō non vi sarà pace nemmeno da morta e il suo spirito rimarrà come quello di un onryō, ovvero uno spirito vendicativo.

Non è più una semplice figura tragica: diventa un’emanazione viva di rancore represso, un’anima che sfugge alla ragione e contamina l’ordine stesso della corte, che tanto cerca di preservare compostezza ed equilibrio.

Se nelle eleganti corti Heian la sofferenza femminile si manifestava come spirito, nelle storie popolari del periodo Edo questa sofferenza si fa carne, sangue, terrore visibile. La leggenda di Oiwa, protagonista del celebre Yotsuya Kaidan, è uno dei racconti più famosi e disturbanti della tradizione giapponese.

Il personaggio di Oiwa appare per la prima volta nel celebre dramma Kabuki Yotsuya Kaidan (四谷怪談), scritto da Tsuruya Nanboku IV e rappresentato per la prima volta nel 1825. Questa storia, destinata a diventare una delle più iconiche del teatro giapponese, racconta di Oiwa, una donna disonorata e tradita dal marito Iemon, un rōnin caduto in disgrazia, noto per la sua avidità e la sua ambizione sfrenata. Infatti, all’inizio del dramma Iemon ha uno scontro furioso con il padre di Oiwa, che voleva che i due si separassero, e lo uccide.

La trama si sviluppa attorno alla spietata decisione di Iemon di liberarsi anche di Oiwa per poter sposare Oume, ragazza bellissima e benestante, nipote di Itô Kihei, innamorata del rōnin. Per ottenere l’unione fra i due, il nonno della fanciulla manda ad Oiwa una crema avvelenata che con il tempo le deforma il volto. Iemon, vedendo la moglie sfigurata, decide di lasciarla e chiede a Takuetsu – proprietario di un bordello – di stuprarla per avere un pretesto per chiedere il divorzio, ma l’uomo non riuscirà a farlo e deciderà quindi di mostrare alla donna il suo riflesso.

Da questo punto in poi, si susseguiranno eventi drammatici in cui Oiwa muore, maledice Iemon e ritorna come onryō. Proprio a questo punto delle vicende Oiwa appare nella sua raffigurazione più celebre, ovvero come spirito che impossessa una lampada di carta, con un occhio deforme e ciuffi di capelli neri. Iemon verrà tormentato dall’immagine della moglie morta, al punto di impazzire e uccidere la novella sposa.

La pièce kabuki – oltre ad essere una vicenda di tragedia e vendetta – offre un forte simbolismo legato all’ingiustizia sociale e alla condizione della donna nel Giappone feudale, rappresentando l’onryō femminile come forza vendicativa per gli abusi subiti.

Tra le acque oscure di un pozzo, si nasconde una delle figure più emblematiche del mostruoso femminile giapponese: Okiku, protagonista della leggenda di Banchō Sarayashiki, una giovane serva al servizio di un importante samurai. Quando rifiuta le avances del suo padrone, viene accusata ingiustamente di aver perso uno dei dieci piatti preziosi della casa — un crimine gravissimo. Come punizione, viene selvaggiamente picchiata, gettata brutalmente in un pozzo e lasciata morire. Ma la morte non è sufficiente per metterla a tacere.

Okiku ritorna come uno spirito vendicativo nell’aspetto più tradizionale, con lunghi capelli neri e un collo innaturalmente allungato, emettendo ogni notte un lamento straziante, contando i piatti uno a uno — “uno, due, tre…” — e urlando disperatamente al raggiungimento del piatto mancante. Il suo pianto riecheggia nell’aria, un richiamo continuo al torto subito, una memoria che rifiuta di essere sepolta.  La storia di Okiku racchiude un passaggio fondamentale: l’innocenza brutalizzata che non trova giustizia si cristallizza nel soprannaturale. Non è solo la vendetta ad animare il suo spettro, ma il bisogno, disperato e dolente, di far sentire la propria esistenza negata.

Con l’evoluzione delle arti sceniche nel Giappone del periodo Edo, tutto questo universo di spiriti femminili — dalla nobile Rokujō, alla sfigurata Oiwa, fino alla lamentosa Okiku — trova nuova vita nel teatro kabuki. Sul palcoscenico, questi fantasmi diventano protagonisti di drammi visivi potenti: i loro corpi si contorcono, i loro kimono si strappano, le loro voci si alzano in lamenti strazianti che terrorizzano e affascinano il pubblico. Nel kabuki, la femminilità deviata e deforme assume forme codificate: lunghi capelli neri sciolti, kimono bianchi — simboli di morte — e gesti ritualizzati di disperazione e vendetta. Una rappresentazione che, pur estetizzata, conserva intatta la forza primordiale di questi archetipi.

Quando, nel XX secolo, il Giappone si deforma tra gli orrori della guerra e nuove, immense, incontrollabili trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche, anche le paure mutano e plasmano nuovi volti mostruosi, che conservano il cuore delle antiche ansie e servono loro nuovi volti.

Nella seconda metà del secolo, nella produzione degli shōjo vi fu una diversificazione nella produzione e si sviluppò una modalità molto peculiare di raccontare il terrore: intimista, psicologico, legato alla crescita e ai conflitti identitari. Il corpo e la mente delle ragazze adolescenti diventano i principali teatri del mostruoso. Nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, le protagoniste degli shōjo horror affrontano traumi emotivi che si manifestano in eventi soprannaturali: il conflitto materno, la perdita dell’identità, l’alienazione sociale, il timore della trasformazione fisica.

Gli spiriti shōjo nei manga horror non solo simboleggiano il terrore adolescenziale, ma rappresentano anche la protesta silenziosa contro i ruoli sociali rigidamente imposti alla giovane donna giapponese. In queste storie, la dimensione orrorifica diventa una metafora potente delle paure legate al corpo che cambia, ai vincoli familiari, alla sessualità repressa, alla difficoltà di affermare una propria identità autonoma.

Le inquietudini che animavano gli shōjo horror manga degli anni ’70 e ’80 — il corpo che cambia, la dissoluzione dell’identità, la paura di non essere viste o comprese — trovano un’eco potente nel cinema horror giapponese degli anni ’90.

In particolare, opere come Ringu (1998) di Hideo Nakata attingono profondamente a quella sensibilità: Sadako, la protagonista, incarna una figura fortemente legata all’esperienza femminile dell’emarginazione e della repressione. Sadako non è soltanto un fantasma vendicativo: è l’incarnazione tragica di un’identità spezzata, una giovane donna la cui esistenza — fisica e psichica — è stata manipolata, nascosta e poi dimenticata.

Il passaggio dal manga al cinema non cancella dunque le radici intime e psicologiche del mostruoso femminile: le amplifica, collocandole in un mondo dominato dai nuovi media, dalla tecnologia e dall’isolamento urbano.

Sadako di Ringu è una diretta discendente di Okiku: entrambe sono vittime di tradimento e occultamento, entrambe emergono dal fondo d’un pozzo, simbolo di oblio e sofferenza. La sua maledizione si propaga attraverso le tecnologie contemporanee, come se il mondo moderno non potesse più ignorare le ingiustizie e i dolori sepolti nel passato.

Allo stesso modo, Kayako di Ju-On richiama la figura della onryō, lo spirito di una donna assassinata e incapace di trovare pace. La loro rabbia non si esaurisce con la vendetta: è ciclica, interminabile, proprio come la trasmissione virale della maledizione da una persona all’altra.

I nuovi fantasmi giapponesi sono dunque specchi moderni di paure molto antiche:
paura della perdita d’identità, della memoria repressa, della trasgressione femminile punita e poi vendicata.

Ma l’evoluzione del mostruoso femminile non si ferma alla contaminazione tra tradizione e modernità. Nella fine degli anni ’90 e primi 2000, con opere come Ghost in the Shell (1995) e Serial Experiments Lain (1998), il Giappone esplora una nuova dimensione dell’orrore: l’orrore della dissoluzione dell’identità.

Il Maggiore Motoko Kusanagi in Ghost in the Shell non combatte un fantasma esterno: combatte il dubbio di non essere più umana, di essere solo una coscienza intrappolata in un corpo artificiale. In lei ritroviamo l’eco di Sadako, di Rokujō: la paura di essere trasformate in qualcosa di altro.

Lain Iwakura, protagonista di Serial Experiments Lain, porta questa inquietudine ancora più avanti: il suo sé si disperde nella Wired, perde consistenza, si moltiplica, si smarrisce. Lain non è più solo un mostro agli occhi degli altri: è diventata mostruosa anche per se stessa, incapace di distinguere tra realtà e illusione, tra memoria e costruzione artificiale.

Nel passaggio dall’onryō al cyborg, il Giappone racconta sempre la stessa ferita: la perdita del corpo, la perdita della memoria, la perdita dell’identità sotto pressioni sociali e tecnologiche che trasformano il soggetto femminile in fantasma, clone, dato.

Dalle antiche leggende di Okiku fino ai labirinti digitali di Lain, il mostruoso femminile giapponese sopravvive adattandosi, mutando forma, ma conservando il suo nucleo più autentico:
la resistenza contro l’annientamento.

Nel folklore come nel cinema, nel manga come nel cyberpunk, il mostro femminile non è solo paura: è memoria che rifiuta di essere cancellata, è identità che combatte per non dissolversi.

Forse, proprio in questo, il mostruoso continua a parlarci, seducente e terrificante, attraendoci verso un pozzo buio, per costringerci a guardare dentro al nostro abisso e aspettare che l’abisso – e qualsiasi cosa lo abiti – guardi verso di noi.

 

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