Perfect Blue: il primo capolavoro animato di Kon Satoshi

Perfect Blue: il primo capolavoro animato di Kon Satoshi

Se si unisse uno stile di disegno animato impeccabile al thriller psicologico, con un pizzico di allucinazione, si otterrebbe la ricetta perfetta per Perfect Blue.

Più che un film sarebbe più adatto etichettarlo come un gioco di illusioni, un viaggio illogico e quasi delirante nella vita della protagonista. Mima, è una idol (アイドル、aidoru) che decide di lasciare il suo gruppo per intraprendere una carriera più seria da attrice, scoprendo che anche questa nuova vita non è esente da eventi spiacevoli ed inquietanti. Così, mentre affronta una fitta quantità di cambiamenti, in sottofondo avvengono una serie di omicidi misteriosi. Aleggia la presenza di un serial killer, minacciosa quasi quanto il passato da idol che torna a tormentarla.

Perfect Blue (パーフェクトブルー, Pāfekuto burū)  è stato il film debutto di Kon Satoshi  nel 1997, seguito poi da altri film di grande successo tra cui Millennium Actress (千年女優, Sennen joyū) e Paprika (パプリカ, Papurika). Ciò che contraddistingue il cinema di Kon è il mescolarsi continuo di realtà e finzione, in tutti i suoi film spazio e tempo sembrano essere plasmati a suo piacimento.

All’inizio della sua carriera l’autore di Sapporo era uno dei tanti artisti che cercava di farsi strada nel mondo dei manga, riuscendoci anche grazie all’opportunità di diventare l’assistente di Otomo Katsuhiro  per Akira, uno dei film anime dallo stile di disegno più dettagliato degli anni ‘80. Kon stesso disegna le tavole dei suoi film, e questo particolare li rende ancora più speciali: non c’è un fotogramma che non sia esattamente come il regista lo abbia pensato. Se si guardasse Perfect Blue a rallentatore si noterebbe come da ogni singolo tratto di matita fluisca l’emozione del suo disegnatore.

Di certo non ha lasciato indifferente tanto il mondo del cinema giapponese quanto quello internazionale, ispirando con Paprika registi del calibro di Christopher Nolan nel celebre film Inception. Mentre Perfect Blue ispira in particolar modo l’autore Darren Aronofsky nella scrittura di Requiem for a Dream e Black Swan, che oltre all’ispirazione in alcune scelte di trama riprendono integralmente l’estetica di alcune scene, la più eclatante è quella di Mima che urla nella vasca da bagno.

Il film inizia immediatamente a giocare con la mente dello spettatore, sfruttandone la percezione limitata: per quanto si possa pensare di star comprendendo a pieno la situazione in una scena, è il regista a decidere quanto è permesso vedere e quanto invece vada nascosto.

Ci proietta in quella che sembra una battaglia tra tre eroi ed un nemico, ma poco dopo la ripresa si estende al palco su cui stanno in realtà recitando. Poi taglia improvvisamente la scena dall’esibizione di Mima per mostrarcela mentre fa la spesa in un supermercato. Ancora, ci mostra un pianto disperato per poi rivelare che si trattava di un filmato alla tv. Il regista tiene tutto il potere su cosa far filtrare, mentre noi, in quanto ricevitori passivi di informazioni, non possiamo far altro che lasciarci sorprendere ed essere trasportati completamente in questo mondo surreale.

La protagonista viene introdotta nella sua prima scena come una idol molto famosa. Quello delle idol è un fenomeno sempre più in crescita in Giappone, si tratta di adolescenti che diventano molto popolari nel mondo dello spettacolo soprattutto grazie al loro aspetto. Sono ragazze la cui bellezza e gioventù viene sfruttata il più possibile, vengono rese la raffigurazione angelica ed idealizzata di loro stesse dall’industria musicale. Un’immagine che per contratto sono costrette a mantenere in ogni momento, mentre la loro vita è nelle mani del pubblico.

Dopo il suo concerto, tra le lacrime e le urla del pubblico, Mima annuncia che ha deciso di cambiare carriera. Spera in un futuro migliore in cui potrà ottenere ruoli seri e da adulta, passa quindi dall’essere la cantante casta e pura per eccellenza al girare scene di violenze sessuali e scattare foto di nudo. Questo è considerato inaccettabile dai fan che la idealizzavano, inizia quindi a ricevere chiamate e lettere inquietanti, diventa poi vittima di stalking da parte di uno dei suoi fan più spinti. 

Per quanto ciò che sta succedendo possa spaventarla, continua quindi a perseguire la sua nuova strada, ritrovandosi a recitare sul set dello sceneggiato televisivo “Double Bind”. Questo elemento permette così a Kon di introdurre abilmente un ulteriore livello di spaesamento spaesamento in chi guarda: il metacinema. Ciò che avviene sul set della serie rispecchia perfettamente gli avvenimenti della vita vera di Mima, sfumando ancora di più il confine che separa realtà e finzione. Gli specchi, i vetri e tutte le superfici riflettenti che ricorrono per tutto il film sono l’escamotage visivo più immediato per simboleggiare la presenza di molteplici Mima, la quale nel frattempo inizia a non essere più sicura della scelta che ha preso. Rincorre attivamente la sé del passato, ma non vuole tornare ad esserlo, esattamente come non vorrebbe essere la se stessa attuale.

La minaccia delle uccisioni e dello stalker si fa gradualmente più seria, in particolare quando la protagonista scopre di un blog  La stanza di Mima (未麻の部屋、Mima no Heya) creato da un fan. Inizialmente è contenta di essere così apprezzata, ma più lo legge più diventa chiaro che chiunque stesse aggiornando quella pagina la osservasse in ogni momento. Sapeva tutto, dall’orario in cui Mima andasse a dormire fino al piede con cui scegliesse di scendere dal treno ogni volta.

Ogni indizio sembra puntare il dito verso un personaggio specifico, un inquietante fan che è presente sin dalle scene iniziali: ossessionato dalla idol, colleziona le sue riviste che poi accumula nella sua stanza dove non penetra nemmeno un raggio di sole. L’unica luce è quella proveniente dal computer che utilizza per cercare Mima, mentre le pareti sono ricoperte di sue foto. Sarà forse lui il colpevole?

La scena si tinge sempre più di rosso man mano che Mima si lascia inghiottire dalla spirale di follia. Inizia a soffrire di psicosi, non riesce a distinguere la vita vera da quella sul set, vede apparizioni di se stessa in veste di idol, con cui prova a parlare e che insegue fisicamente. Diventa sempre più preponderante la scelta visiva del colore rosso per simboleggiare la corruzione mentale della protagonista. Dalla scena in cui deve recitare una violenza sessuale, dove Mima indossa un abito bianco con dei merletti rossi, accompagnato da una collana e degli orecchini del medesimo colore, quindi “macchiandola” a livello iconografico. Questa scelta estetica raggiunge il suo culmine con il vestito finale, quello che si vede durante l’inseguimento della “vecchia sé”, di color rosso vivo e dal taglio simile a quelli che ha sempre indossato nella sua carriera precedente. Il brano Virtua Mima, composta da Masahiro Ikumi, completa la cornice ansiogena ed enigmatica di quest’ultima scena, punta di diamante in mezzo alle musiche ipnotiche del compositore Hirasawa Susumu, che contribuiscono grandemente all’atmosfera inquietante del film.

L’assassino pian piano ha eliminato tutte quelle persone che hanno avuto un ruolo nel rendere Mima un’attrice. Kon conduce con maestria lo spettatore verso una risoluzione certa del mistero: con il procedere scorrevole ed incalzante della pellicola, sembra quasi di riuscire finalmente a collegare tutti i punti, la soluzione diventa evidente, ma la percezione dello spettatore è completamente malleabile ed il regista lo sfrutta a suo vantaggio, guidando verso ovvie deduzioni di superficie mentre colloca alla luce del sole dei dettagli che vengono inconsciamente ignorati. Solamente nel finale svela le sue carte, permettendo allo spettatore di comprendere quanto sia stato manipolato. La risoluzione del caso è coerente e risponde a tutti gli interrogativi sorti per la durata del film, che allo stesso tempo lascia la sensazione che la risposta si sarebbe potuta intuire dall’inizio, se solo si avesse prestato più attenzione.

I dubbi sono difficili da sciogliere completamente, i sensi sono ancora in allerta, pronti per vedere sollevato l’ennesimo velo con una nuova scoperta. Il finale racconta la verità o qualcos’altro si cela dietro quell’ultima criptica scena? La sensazione di diffidenza è largamente stimolata per tutta la durata del film e rende praticamente impossibile credere all’evidenza davanti ai nostri occhi. Il film rimane un puzzle da risolvere, il cui finale aperto è come un tassello mancante introvabile. Non può esserci una realtà definitiva, e se ci fosse sarebbe un tradimento verso l’essenza pura di Kon e verso l’anima pulsante dei suoi film.

Nella rete di inganni di Perfect Blue si può essere certi solo di una verità: nulla è mai come sembra. 

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