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NipPop 2026

Qual è la differenza tra essere umano e macchina? C’è un limite che la tecnologia e la scienza non possono superare? Che cosa definisce l’essere umano in quanto tale? Queste sono solo alcune delle domande esistenziali che il regista Oshii Mamoru pone al centro dell’attenzione attraverso la trasposizione cinematografica dell’omonimo manga di Shirow Masamune.

 

“Quando un progetto è realizzabile, qualunque tecnica è buona per portarlo a compimento. È quasi un istinto fondamentale dell’uomo”

Ghost in the Shell (1995) è la trasposizione cinematografica dell’omonimo manga di Shirow Masamune ed adattata dal celebre regista Oshii Mamoru, famoso per l’onirico L’uovo dell’angelo (1985), ma anche per Patlabor: The Movie (1989) o The Sky Crawlers – I cavalieri del cielo (2008), che sottolineano la sua passione per la tecnologia e il suo rapporto con l’umano. L’opera è ambientata nella società futuristica e distopica del Giappone del 2029, in cui la tecnologia è talmente sviluppata che la quasi totalità degli abitanti possiede parti cibernetiche: in questo mondo in cui il confine tra esseri umani e macchine è labile, a stabilire la differenza tra di essi è la presenza del ghost, una sorta di anima, che stabilisce l’individualità e la coscienza di sé. Senza di esso, la persona diventa letteralmente un fantasma, un guscio (shell) vuoto senza capacità di pensiero critico.

A mettere in dubbio e smantellare queste fondamenta è il Burattinaio, un programma nato a scopo terroristico il quale finisce per diventare autocosciente, ribellatosi ai suoi creatori e, bramoso di libertà, agisce con lo scopo di essere riconosciuto come un vero e proprio essere vivente. Con le sue abilità di programmazione, riesce nell’intento di hackerare il ghost degli esseri umani, alterandone ricordi e identità per impossessarsi di un corpo con il quale muoversi non più solo nel mondo digitale, ma anche fisico. 

Fattore chiave per realizzare il suo desiderio è la protagonista dell’opera: la Maggiore Kusanagi Motoko a capo della Sezione Nove della Sicurezza Pubblica (una sorta di forza di polizia militarizzata), dal corpo quasi interamente cibernetico. Proprio per questo, pur essendo un essere umano, la sua percezione di sé è più vicina al sintetico, alla macchina, ponendo in dubbio la realtà in cui vive e la presenza stessa del suo ghost, così da portarla a chiedersi se questo fosse stato alterato o modificato ex novo da qualcuno, affiancata quindi dal timore che la realtà da lei percepita non sia altro che mera finzione. La presenza di un’entità come quella del Burattinaio diventa per Kusanagi fonte di grande interesse, volendo indagare di più sul suo conto per poter scoprire la verità che si cela dietro la sua “nascita”.

La contrapposizione tra i personaggi di Kusanagi e del Burattinaio fa da sfondo a tutta la vicenda, oltre a essere uno dei punti più importanti di tutto il film. La Maggiore è nata come organismo biologico nonostante sia quasi interamente meccanica e tuttavia pone in dubbio la sua stessa esistenza come tale, mentre il Burattinaio è un programma senza un corpo biologico che ha sviluppato autonomamente un proprio ghost, ma essendo nato macchina, non può essere definito come organismo vivente nonostante abbia una propria coscienza. L’uno completa l’altro, cercandosi costantemente.

Separati, entrambi non possono essere considerati né totalmente umani, né totalmente artificiali: l’unica soluzione possibile risiede nella loro unione. Insieme riescono a completarsi, dove Kusanagi si fonde con la rete e, quindi, con il Burattinaio stesso, il cui risultato diventa un’entità che supera la divisione dicotomica tra uomo e macchina. Il finale dell’adattamento di Oshii, molto diverso dal fumetto di Shirow, nonché dal tono più filosofico, lascia spazio a molteplici interpretazioni, lasciando allo spettatore un’unica consapevolezza che vede il mondo come sfaccettato, a cui non è possibile dare una definizione univoca o scientifica ad alcune dinamiche.

Il regista compie uno straordinario lavoro nel riportare un discorso etico che, nel corso dei trent’anni passati dal debutto della pellicola, è diventato sempre più attuale nella società odierna: cosa rende veramente un essere umano tale? Fin dove si può spingere la tecnologia nel suo rapporto con l’uomo?

Quest’opera smonta le basi della filosofia classica di Cartesio, fondata sul dogma cogito, ergo sum (penso, dunque sono), che definisce l’essere umano come colui che è capace di pensiero complesso, costruendo una propria coscienza e identità. Nel film, tuttavia, ad acquisire e sviluppare autonomamente questa capacità è un programma totalmente artificiale, il che trasporta immediatamente il pubblico in un loop di domande e dubbi di natura etica e morale: potremmo mai considerare una macchina come essere vivente e pensante, al pari di un essere umano?

Questo è il quesito cardine dell’intera vicenda, che non riesce a giungere a una conclusione univoca per il semplice fatto che ancora non esiste. Negli ultimi anni, la creazione, l’implementazione e l’abuso dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e intelligenze artificiali ha iniziato a insinuare nella popolazione le stesse preoccupazioni poste nell’opera nel lontano 1995. Una decade prima, il fumetto di Shirow ha proiettato la sua visione futura della società nel “lontano” 2029, immaginando qualcosa che non è poi così lontano dalla realtà attuale: più la tecnologia continuerà ad evolversi e svilupparsi, più i dubbi posti dall’esistenza del “Burattinaio” saranno attuali. A quel punto toccherà all’umanità decidere se seguire le orme della Maggiore Kusanagi, lasciandosi inglobare dal progresso tecnologico creando un’entità completamente diversa o se trovare una strada tutta sua. 

Se non vi siete ancora approcciati a quest’opera, a luglio 2026 in Giappone uscirà l’adattamento animato del manga originale prodotta da Science SARU: The Ghost in the Shell.