Nel cinema di Kurosawa Kiyoshi, e in particolare in Pulse (Kairo), l’orrore non nasce dall’azione ma dalla sospensione: una costruzione fatta di silenzi, distanze e ambienti svuotati che rendono la tecnologia e lo spazio urbano metafore dell’isolamento umano.
Pulse (Kairo) è un film del 2001 diretto da Kurosawa Kiyoshi. Considerato uno dei vertici del filone J-Horror e dell’intera produzione del regista, il film è diventato un vero e proprio cult, così tanto da trovare, nel 2006, un remake Hollywoodiano con lo stesso titolo, oltre a un romanzo, scritto dallo stesso Kurosawa. Pur essendo spesso associato al filone J-Horror, il cinema di Kurosawa si è distinto per uno stile capace di unire horror psicologico, inquietudine esistenziale e critica sociale: anziché concentrarsi sulla paura tradizionale si serve di alcuni meccanismi per costruire la paura attraverso la creazione di ambientazioni fredde, silenziose e profondamente alienanti.
In Pulse, queste caratteristiche raggiungono uno dei loro punti più alti, trasformando la tecnologia e Internet in simboli della solitudine contemporanea, dove i fantasmi non uccidono, bensì tendono a centrare l’individuo in un nuovo spazio privo di regole e dominato dall’isolamento. La trama della pellicola si incentra sui fantasmi che invadono il mondo dei vivi tramite l’utilizzo di Internet e presenta due trame parallele: la prima vicenda segue Kudo Michi, una giovane trasferitasi da poco a Tokyo e che lavora in un negozio di piante insieme ai colleghi Sasano, Yabe e Taguchi. Quando quest’ultimo scompare improvvisamente, Michi decide di recarsi nel suo appartamento, dove lo trova in uno stato di profonda inquietudine e distacco. Poco dopo, Taguchi decide di togliersi la vita davanti ai suoi occhi.
In seguito alla sua morte, i colleghi scopriranno che il floppy disk a cui stava lavorando contiene un’immagine disturbante legata a una presenza spettrale. Proprio da quella scoperta in poi, iniziano a verificarsi strani fenomeni, tra cui apparizioni di misteriose macchie nere sui muri e stanze sigillate con nastro rosso, chiari riferimenti alla leggenda metropolitana delle akai heya (stanze rosse), popolare sul web giapponese del nuovo millennio, che racconta di un misterioso pop-up su internet che annuncia la morte imminente di chi lo visualizza, bloccando il computer della vittima all’interno di una virtuale stanza rossa; nella tradizione giapponese, inoltre, il colore rosso è considerato un simbolo di protezione dagli spiriti maligni.

La seconda vicenda invece segue Kawashima Ryōsuke, uno studente universitario che si iscrive a un nuovo provider internet. Poco dopo, il suo computer inizia ad accedere autonomamente a misteriosi siti web che mostrano immagini disturbanti di individui isolati in stanze buie, il tutto accompagnato dalla domanda “Vuoi incontrare un fantasma?”. Ryōsuke tenta di comprendere l’origine dei fenomeni insieme a Karasawa Harue, una studentessa di informatica. Tuttavia, i messaggi e i video mostrati dal computer diventano sempre più perturbanti, suggerendo un legame diretto tra la rete digitale e il mondo dei morti. Attraverso le riflessioni di Harue, emerge una delle idee centrali del film: i fantasmi, gli spiriti… non sembrano voler uccidere gli esseri umani, ma trascinarli in una condizione di isolamento assoluto.
Col passare del tempo anche Harue appare sempre più distante e alienata dalla realtà, fino a scomparire misteriosamente. Attraverso questi eventi soprannaturali, Kurosawa costruisce una riflessione profonda sulla solitudine contemporanea e sul rapporto tra uomo e tecnologia. In Pulse, internet non viene rappresentato come uno strumento di connessione, ma come uno spazio vuoto capace di amplificare l’isolamento dell’individuo.

Attraverso la rappresentazione dell’isolamento, Pulse riflette alcune delle trasformazioni sociali del Giappone del nuovo millennio, ancora estremamente attuali, descritte da diversi studiosi e professionisti di salute mentale. In particolare, il film sembra collegarsi all’aumento del disagio psicologico e dei fenomeni di ritiro sociale emersi dopo gli anni Novanta, periodo segnato dalla crisi economica, dall’indebolimento della struttura della famiglia allargata e dalla crescente solitudine individuale.
Status sociale in Giappone
Dalla metà degli anni Sessanta fino ai primi anni Novanta, gli uomini lavoravano per molte ore nelle aziende nella corsa al successo materiale, le donne, di conseguenza, assumevano la responsabilità di tutti i lavori domestici e di cura, mentre i figli venivano plasmati dall’obiettivo di raggiungere un alto status sociale. La vita di campagna lascia gradualmente spazio alla vita negli appartamenti cittadini, creando una struttura familiare nucleare. Dopo il crollo della “bolla” economica, la struttura occupazionale viene indebolita e ai datori di lavoro viene concessa maggiore libertà: nel complesso la disoccupazione, fino al 2010, aumenterà dal 2% al 9.4%.
Si può percepire come il declino della famiglia estesa del dopoguerra e l’erosione della sicurezza lavorativa a lungo termine abbiano avuto effetti psicologici, contribuendo così a un aumento generale dello stress. Il Giappone ha conosciuto un crescente fenomeno di esclusione sociale, prima con i bambini che rifiutano di andare a scuola (tōkō kyohi) e successivamente con gli adulti che restano chiusi in casa per gran parte della giornata, chiamati successivamente hikikomori.
Il riflesso nell’opera cinematografica
In Pulse alcuni di questi fenomeni vengono resi attraverso la rappresentazione di personaggi isolati in appartamenti vuoti, incapaci di comunicare o mantenere legami autentici con gli altri. Anche Internet, che dovrebbe connettere le persone, nel film diventa invece uno strumento che né amplifica la distanza. Nella scena della biblioteca in cui Ryōsuke vede il fantasma osservarlo da lontano riflette il senso di vuoto relazionale: infatti questo non si comporta come una presenza aggressiva tradizionale, ma appare, distante, immobile e quasi incapace di entrare realmente in contatto con l’altro.

In un’altra scena Harue afferma a Ryōsuke che “le persone non si connettono davvero” ma che siamo tutti “isolati” l’uno dall’altro, suggerendo che l’unica funzionalità del web sia solo di allontanare e non di connettere. La tecnologia ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità postmoderna e non solo; si può parlare di uno spazio apparentemente sicuro, ma paradossalmente pericoloso; si agisce nell’oscurità e si tende a creare un’identità “conforme” solo sul web, che possa prendere il sopravvento sull’identità “reale”, così alienando il soggetto e rendendolo schiavo di un mondo artificiale nel quale si sceglie un modello da seguire ed interpretare col solo scopo di rendersi conformi.
Sebbene i protagonisti non siano veri e propri hikikomori, vivono comunque in una condizione di forte isolamento. Internet all’epoca era ancora una tecnologia relativamente recente e il regista sembra essere meno interessato alla tecnologia in sé e più ai suoi effetti sulle persone.
Spazi contaminati – vuoto e silenzio
I luoghi giocano un grande ruolo nella resa dell’isolamento dell’individuo e nella creazione della suspense, i personaggi sono collocati in grandi spazi, spesso chiusi, accentuando l’isolamento. Le inquadrature sono per la maggior parte statiche o attraversate da movimenti molto lenti, che danno la sensazione di un mondo svuotato. La fotografia sembra voler evitare i tipici contrasti forti e preferisce una palette fredda e desaturata fatta di colori grigi e luci soffocate.
La forza di Pulse risiede soprattutto nel modo in cui Kurosawa costruisce l’orrore attraverso l’immagine e il suono: la regia rinuncia a rappresentare la paura attraverso gli artifici dell’horror tradizionale e predilige uno stile lento, apparentemente innocuo e quasi silenzioso in grado di lasciare allo spettatore una paura che incuriosisce. Anche il suono segue la stessa logica minimalista, vi si ritrovano infatti riduzioni drastiche della musica per lasciare spazio al silenzio e ai rumori di sottofondo, che sebbene siano relativamente pochi, vengono percepiti proprio grazie alla resa del silenzio stesso.
Kurosawa in Pulse evita l’utilizzo del jumpscare sonoro, il film preferisce mantenere un silenzio costante e opprimente facendo diventare il vuoto sonoro così importante come il vuoto visivo. La celebre scena della “ghost walk” riassume perfettamente il metodo del regista, infatti la figura non irrompe improvvisamente nella scena ma avanza con movimenti lenti e sbilanciati mentre la camera rimane immobile e distante.

A più di vent’anni dalla sua uscita, continua a mantenere intatta la propria forza disturbante. Attraverso immagini fredde, ambienti silenziosi e un uso minimale del suono il film trasforma Internet e la tecnologia in simboli di una solitudine sempre più difficile da evitare. I fantasmi non rappresentano soltanto una minaccia soprannaturale, ma diventano il riflesso di individui incapaci di comunicare, ed è proprio questa dimensione probabilmente che rende il film ancora oggi così attuale e significativo.