Shinji Shihikura, artista ben noto sia in Europa che in Giappone per le sue creative performance che si avvalgono di oggetti di uso quotidiano, ci racconta del suo lavoro dopo il flash mob nelle strade del centro di Bologna: “Shinji Shishikura’s Cone Girl & Boy”, in collaborazione con NipPop 2019 – #FoodPop: Giappone da gustare.

L’intervista è stata realizzata dai ragazzi della 4L del Liceo Linguistico Laura Bassi, che hanno collaborato all’edizione 2019 di NipPop!

Nel dicembre del 2001 è uscito sul Japan Times un articolo relativo all’evento dei Cone Heads, tenutosi a Shinjuku e da lei organizzato. Questa sorta di flash mob, successivamente nominato Shinjuku Bake Street, era semplicemente una performance artistica o voleva lanciare un messaggio preciso? Se sì, quale?

Ci sono diverse motivazioni dietro a questa performance. Come prima cosa, una precisazione linguistica: “cono” in giapponese si dice “koon” (コーン). Ora, questa performance voleva includere la cultura delle studentesse delle superiori, un tipo di cultura al centro della quale vi è il “kawaii”, il “carino”, il “bello”. Ho pensato dunque di creare un gioco di parole con un temine giapponese, kogal (コギャル) [N.d.R.: una moda diffusa tra le ragazzine giapponesi negli anni ’90, con una forte tendenza all’occidentalizzazione del proprio aspetto, attraverso espedienti come lo schiarimento dei capelli e la pelle abbronzata, e una propensione per lo shopping e il divertimento]. Ho dunque fuso questi due concetti, la kogal e il cono, in un gioco di parole, “koongal” (コーンギャル).

Ora vi espongo le motivazioni principali dietro alla creazione di questa performance. La prima è il desiderio di fare uso di oggetti come secchi, coni e palline. La mia prima performance è stata fatta a Shinjuku, un quartiere di Tokyo dove è situata la maggior parte dei grattacieli della città; i grattacieli dovevano essere richiamati dalla testa allungata dai coni. Vi era dunque un forte elemento rappresentativo e simbolico nella scelta di questi oggetti; i coni rappresentavano gli alti grattacieli di Shinjuku, poi, portati in altri paesi, gli stessi oggetti hanno via via assunto sempre nuovi significati.

La seconda motivazione alla base di Cone Heads riguarda la performance artistica stessa. Mi sono diplomato in un istituto d’arte, dove mi ero specializzato principalmente nella statuaria. Questo tipo di studi, che mi ha concesso anche di avvicinarmi alle arti visive italiane, mi ha portato a notare come l’arte sia considerata qualcosa da chiudere nei musei, da comunicare con una terminologia tecnica che, in realtà, allontana le persone. Il mio desiderio è quello di andare in mezzo alle strade, di rendere la vita quotidiana delle persone un oggetto d’arte. L’arte deve essere un veicolo di comunicazione attiva con le persone.

Un terzo significato sta nell’utilizzo di figure geometriche semplici: il cerchio, il quadrato, il triangolo. Sono figure cariche di simbolismi, culturali e talvolta anche religiosi, ed è per questo che ho cercato di valorizzare queste tre forme all’interno della mia performance. A questo poi sono legati gli studi che ho fatto relativamente alla colorazione, e alle forme degli specifici oggetti che ho utilizzato: ad esempio, la forma del secchio varia da paese a paese, e anche la sua colorazione. Viaggiando per il mondo ho potuto notare questi aspetti e usarli per personalizzare la mia performance dal Giappone, all’Italia, alla Germania.

Lei ha visitato diversi paesi del mondo in occasione di mostre e collaborazioni. Tra queste ce ne saranno sicuramente alcune che l’hanno colpita più di altre. Quando si trova in una città diversa per creare una nuova performance, cosa la interessa o l’affascina di più dei luoghi che visita?

L’anno scorso, come l’anno precedente, ho fatto il giro del mondo, e, tra i luoghi che ho visitato, l’Italia è sicuramente quello che mi è rimasto più impresso. Ero venuto qui anche cinque anni fa per la mia performance, e ho potuto visitare molte città, tra cui Milano, Venezia, Firenze, Pisa. Bologna invece mi è stata consigliata quest’anno. Mi è rimasta particolarmente impressa perché, come molte città d’Italia, ha una propria specifica energia: Milano ad esempio è la città del business, Roma è storicamente importante per il turismo, Bologna invece è una città la cui caratteristica è quella di lanciare idee. E una di queste idee è proprio NipPop, questo ponte che lega il Giappone all’Italia e che consente, da Bologna, di lanciare messaggi di innovazione da un paese all’altro.

Nel corso degli anni ho sviluppato un rapporto molto stretto con l’Italia e con la sua arte. Sto parlando anche di grandi artisti del Rinascimento, come Michelangelo Buonarroti e Leonardo da Vinci, geni a tutto tondo, in grado di spaziare e di applicare la propria genialità in diverse forme artistiche. Ed è ispirandomi a loro che voglio fare lo stesso con la mia arte.

Che cosa le è piaciuto di più di NipPop?

Il fatto che sia stato in grado di mettere insieme elementi nuovi ed elementi tradizionali. In NipPop non c’è solo un dialogo tra occidente e oriente, ma anche un dialogo tra tradizione e innovazione. Qui c’è spazio per performance come la mia, ma anche per il cibo e le performance tradizionali giapponesi… È questo che mi è piaciuto di più: il fatto che NipPop sia riuscito a unire non solo due culture diverse, ma anche aspetti diversi all’interno della mia cultura.

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