Il binomio cibo-letteratura è antico e presente in tantissime tradizioni: dal Decameron di Boccaccio al contesto contemporaneo, è un’accoppiata che non sa esaurirsi. È il caso di Banana Yoshimoto, l’autrice giapponese che velatamente fa del cibo una parte importante dei suoi romanzi.

Riconciliarsi con sè stessi

Quando si pensa a Banana Yoshimoto, il primo titolo che viene in mente è quasi sicuramente Kitchen; tuttavia, l’autrice ha prodotto molto, e tra i romanzi forse meno conosciuti figura L’abito di piume, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2005, nella traduzione di Alessandro Giovanni Gerevini. Un delicato esempio del binomio cibo-letteratura, che in questo caso si traduce nel trasferimento della protagonista nel paesino natale, per aiutare la nonna nel suo piccolo bar dove si servono birra locale e mochi fritti. Qui, al contrario della rumorosa Tokyo, Hotaru è definita dalle sue origini, e non dalle scelte della sua turbolenta adolescenza: è la nipote di quella signora del caffè del cheese cake. Così, può finalmente riconciliarsi con sè stessa.

Mochi

Un sapore migliore

Poi c’è Mitsuru, il ragazzo del ramen. Dopo aver perduto il padre in un terribile incidente, Mitsuru vive con la mamma, gravemente provata a livello psicologico. In una piccola stanza della casa, il ragazzo ha aperto un casalingo localino in cui serve ramen precotti, ma conditi con ingredienti genuini e soprattutto, preparati con affetto e passione; e Hotaru inizia a recuperare sé stessa, […] e non soltanto per il pepe macinato non troppo fine, le verdure fresche o l’uovo, ma anche perché la stessa identica cosa ha un sapore migliore se ce la prepara qualcun altro.

Ciotola di rāmen

Cibo e memoria

Era una cucina. Passando in un attimo da uno stato d’animo tetro a una sensazione di allegria mi presi la testa fra le mani e risi un po’. Poi mi alzai, diedi una ripulita alla gonna e mi incamminai verso la casa dei Tanabe, dove mi aspettavano.

Così racconta Kitchen di Banana Yoshimoto, il romanzo forse più conosciuto dell’autrice giapponese, pubblicato in patria nel 1988 ed edito in Italia nel 1991 da Feltrinelli nella bella traduzione di Giorgio Amitrano. Nonostante il titolo, la trama non ruota attorno al cibo; eppure, ogni episodio rilevante raccontato dalla narratrice e protagonista Mikage può essere collegato al mondo culinario: i caldi ricordi della nonna con la quale guardava la tv prendendo un caffè o un tè verde con un pasticcino; il malinconico incontro con l’ex fidanzato, che le fa pensare che non ci sia niente di meglio di un tè al pomeriggio insieme a una persona amica; la prima colazione con Eriko, quella donna che in fondo era un uomo che l’aveva accolta in casa quando Mikage non aveva più nessuno.

Eriko mangiava con espressione felice la minestra di riso con le uova e l’insalata di cetrioli che avevo preparato. C’era un’aria solare, di primavera.

Okayu e insalata di cetrioli

È come se il cibo tanto caro a Mikage, che abbandonerà l’università proprio per dedicarsi alla cucina, percorresse con lei le fasi più simboliche ed emotive della vita. Ricordi semplici ma importanti, a cui corrispondono pietanze e bevande allo stesso modo semplici e fondamentali: il tè giapponese, il classico bentō, il riso bollito dell’okayu. Ciò che lega indissolubilmente il cibo alla vita è infine condensato in una frase rivolta a Mikage, pronunciata dal malinconico Yūichi.

«Perché quando mangio qualcosa con te è sempre così buono?»

«Forse perché siamo in famiglia»

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