Arrivederci, arancione, una storia sull’incontro fra persone, lingue e culture, e sulla comprensione dell’altro, tra solitudine e diversità

Arrivederci, arancione (trad. it. di Anna Specchio) – pubblicato in Italia nel 2018 da Edizioni e/o – è il romanzo d’esordio della scrittrice giapponese Iwaki Kei, nata a Ōsaka nel 1971 ma residente in Australia da diversi anni, che si è aggiudicato i prestigiosi premi Dazai Osamu nel 2013 e Ōe Kenzaburō nel 2014.

Il racconto si apre con la presentazione di Salima, una donna africana scappata dal proprio paese con marito e figli, costretta a fare un lavoro che la disgusta, come operaia addetta alla lavorazione di carne e pesce per un supermercato, e la obbliga ad avere continuamente a che fare con il sangue. Ma non è solo il lavoro il problema: viene infatti abbandonata dal marito e si trova di conseguenza costretta a fare i conti con una difficile integrazione, che passa prima di tutto attraverso la lingua, quell’inglese che Salima non conosce e non padroneggia.

Decisa a impararlo nonostante per lei sia così difficile, si iscrive a un corso per stranieri. A lezione trova persone provenienti da tutto il mondo, con storie molto diverse fra loro, tra le quali una casalinga italiana di nome Paola (che lei chiama Oliva) e una giovane madre giapponese, Sayuri (Riccio). È proprio con quest’ultima che si intreccerà in particolar modo la vicenda di Salima.

Salima e Sayuri

Sayuri è arrivata in Australia per seguire il marito, che ha ottenuto un incarico come ricercatore universitario presso l’università locale. Per favorire la carriera di lui Sayuri ha dovuto rinunciare alla propria: ha dovuto infatti interrompere il suo percorso di studi per trasferirsi all’estero, per poi decidere qualche tempo dopo di riprendere a studiare partendo proprio dal corso di inglese, nonostante la sua bambina appena nata.

Salima si accorge subito della differenze linguistiche tra lei e le altre donne del corso: infatti tutte, più o meno, masticano l’inglese o comunque non incontrano particolari difficoltà nell’apprendimento. Solo la povera Salima deve partire quasi da zero e fare un incredibile sforzo per arrivare a un livello accettabile. Tutto questo non fa che sottolineare il divario tra lei e gli altri, oltre a farle capire le difficoltà che dovrà superare per integrarsi veramente.

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Due facce diverse del mondo globalizzato

Il racconto nasce dall’intreccio delle vicende rispettivamente di Salima e Sayuri, presentate tuttavia in maniera diversa. La storia di Salima è raccontata in terza persona, mentre quella di Sayuri è raccontata in prima persona attraverso uno scambio epistolare tra lei e il suo professore di scrittura creativa. In questo modo abbiamo la possibilità di osservare lo sviluppo della trama da due angolazioni diverse e riusciamo subito a percepire la distanza tra le due donne.

Salima e Sayuri rappresentano infatti le due facce dei flussi che caratterizzano il mondo globalizzato: la prima, una rifugiata in fuga da un paese povero e lacerato dalla guerra, e la seconda, una donna laureata e istruita arrivata da un paese ricco e altamente civilizzato per motivi di lavoro (in questo caso del marito). Due facce della stessa medaglia, apparentemente inconciliabili, che riescono però a incontrarsi, accomunate dal processo di integrazione, che passa prima di tutto attraverso la lingua.

La solitudine che lega i protagonisti

L’apprendimento linguistico è infatti ciò che unisce le varie figure presenti nel libro, è l’elemento grazie al quale personaggi provenienti da paesi lontani, con storie diverse alle spalle, riescono a capirsi e a comprendersi l’un l’altro. Ma non è solo questo ciò che li accomuna. Infatti, oltre a condividere le stesse difficoltà linguistiche, i vari personaggi devono fare i conti con una condizione malinconica: la solitudine. Molte delle tante figure di cui il racconto è costellato sono o si sentono profondamente sole, perché hanno visto andare in frantumi, talvolta irrimediabilmente, i legami con le persone a loro più care, ritrovandosi trascurate o abbandonate.

Ed è forse la solitudine la vera antagonista in questo racconto, una solitudine che colpisce in modo subdolo ma fatale, eppure è attraverso questa condizione che ciascuno riesce a scorgere le sofferenze e l’umanità dell’altro, indipendentemente da lingua e nazionalità. Ed è dalla comprensione dell’altro che nascono nuovi e inaspettati legami tra le varie persone. Come il rapporto di solidarietà e amicizia che si instaura tra Sayuri e un camionista solitario suo vicino di casa, il quale le chiederà di leggere ad alta voce per lui, essendo incapace di farlo.

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All’ombra di un sole arancione

Nel racconto, fungono da filo conduttore i richiami al sole, specialmente nelle sue due fasi più spettacolari e simboliche, ovvero l’alba e il tramonto. È in queste occasioni che si riesce a vedere il colore arancione, di cui si tingono i raggi. Questa tonalità, associata al sorgere e al calare del disco solare, diventa il simbolo allo stesso tempo di un nuovo inizio e di una ineluttabile fine. Sono significati contrapposti, ma uniti incarnano la ciclicità che caratterizza le vite dei personaggi, dove a un nuovo inizio segue una fine e poi ancora un altro inizio, così come all’alba segue il tramonto, seguito a sua volta dal nuovo sorgere del sole e così via. Fondamentale, in questo contesto di ciclicità, è anche il ruolo della maternità, rappresentata dalle stesse Sayuri e Salima – ma anche dall’italiana Paola – nelle sue diverse fasi, e grazie alla quale si concretizza il perpetuarsi della vita.

Ma la luce arancione del sole crea inevitabilmente delle ombre. E non a caso anche l’immagine dell’ombra è una costante all’interno del romanzo, in particolar modo durante i semplici ma toccanti monologhi interiori di Salima, come se l’ombra fosse una sua confidente. In fondo, a pensarci bene, tutte le figure che compaiono nel libro si ritrovano in tante città e paesi diversi, sono archetipi di persone che incontriamo ogni giorno nella nostra quotidianità, ma a cui non prestiamo attenzione perché scivolano sotto i nostri occhi come ombre: silenziose e invisibili, ma inarrestabili. Proprio come Salima.

Sono l’unica che non si arrende, l’unica che non si arrende quando tutti gli altri si arrendono, l’unica che non si arrenderà neanche quando tutti vi sarete arresi.

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NipPop ha incontrato l’autrice della traduzione italiana, Anna Specchio

NipPop: Iwaki Kei è una giapponese residente ormai da tanti anni in Australia e nel suo testo sono presenti personaggi di culture molto diverse tra loro; secondo te questo ha influito sullo stile di scrittura dell’autrice e quindi, indirettamente, anche sulla traduzione?

Anna Specchio: Iwaki Kei vive in Australia da più di vent’anni, e immagino che questo fattore abbia influito non poco sulla sua scrittura. Compone periodi molto lunghi, fa un abbondante uso del katakana e ricorre a un gran numero di sinonimi. Raramente usa ripetizioni e spesso accosta i vocaboli in maniera creativa. Quando in fase di traduzione mi è capitato di consultare dei madrelingua per chiarire il significato di alcune espressioni, mi è stato detto che l’immagine evocata non era immediata neanche per loro.

Arrivederci, arancione è stato candidato al premio Akutagawa, e tra i giudizi consultabili on-line ho letto che Ogawa Yōko ha apprezzato in particolare l’acribia con cui Iwaki Kei ha selezionato ogni singolo termine all’interno del testo e il suo uso delle parole in generale. L’importanza delle parole e del potersi/sapersi esprimere in una lingua è uno dei temi toccati all’interno del testo, e credo che l’opinione di Iwaki Kei emerga bene nel finale, che non spoilero per chi ancora deve leggere il romanzo.

Chiaramente, ogni scelta compiuta a monte dall’autrice andava riflessa e riportata nella maniera più fedele possibile nella traduzione italiana. Ho cercato di mantenere un registro alto e di utilizzare vocaboli più ricercati, e anche di mantenere la creatività di alcuni accostamenti e le poche ripetizioni presenti in originale. Così come dopo averne parlato con la editor che mi ha seguita in fase di correzione delle bozze ho voluto mantenere in inglese le due mail che compaiono di punto in bianco nel testo: erano in inglese in originale, e dovevano lasciare al lettore italiano la stessa sensazione di estraneità che immagino abbia provato il lettore giapponese (e le protagoniste della storia).

Arrivederci, Arancione: veduta cittadina di Portland nello stato australiano di Victoria
Veduta cittadina di Portland nello stato australiano di Victoria

NipPop: Riguardo sempre alla vita dell’autrice e alle varie tematiche del libro, se dovessimo inserire questo testo in un ambito letterario, a quale potremmo associarlo? Letteratura giapponese, australiana, della migrazione oppure altro?

Anna Specchio: Global literature? In un’intervista, Iwaki Kei ha dichiarato che la sua scrittrice preferita è Jhumpa Lahiri, statunitense di origine indiana, e che quando legge predilige l’inglese per i romanzi brevi e il giapponese per i romanzi più lunghi – per una questione di familiarità e dimestichezza con la lingua – ma che i suoi figli riescono a leggere entrambe le lingue in scioltezza.

Stando alle sue parole, il futuro della letteratura ha un carattere ibrido, proprio come i suoi figli, e non è forse quello che da Stoccolma hanno voluto comunicarci assegnando il Nobel a Ishiguro? Alcune tematiche sono universali, non hanno confini spaziali né temporali. Arrivederci, arancione vede come protagoniste una donna africana, una donna giapponese e una donna italiana in un territorio neutrale e lontano per tutte, l’Australia. I temi toccati superano ogni distanza, anche geografica. Il fatto poi che sia stato scritto da una giapponese residente all’estero ha stupito anche i suoi connazionali, abituati a storie decisamente meno esotiche.

NipPop: I tuoi temi di ricerca riguardano la letteratura femminile moderna e contemporanea: secondo te quale rappresentazione della donna emerge da questo libro?

Anna Specchio: Salima, Sayuri e la loro amica italiana sono donne molto diverse. Ognuna di loro arriva da un contesto socio-culturale distante, e ognuna di loro si trova in quel paesino della costa australiana per ragioni differenti. Leggendo il romanzo, mi sento di dire che emergono due aspetti che accomunano loro e gli altri protagonisti: rappresentano una minoranza e affrontano la difficoltà nel raccontarsi e nel raccontare (quella che la critica giapponese Iida Yūko definisce katarinikusa). Salima è africana, richiedente asilo e divorziata. Sayuri è giapponese, sembra incapace di adattarsi e ha perso una figlia. Nessuna di loro riesce a comunicare alla perfezione con il prossimo, questione che si ricollega immediatamente con l’integrazione.

Anche i vicini di casa di Sayuri sono isole: la donna indiana rappresenta una minoranza nella minoranza in quanto immigrata senza permesso di soggiorno permanente, mentre il camionista, nonostante sia australiano, è analfabeta. Il direttore del supermercato dove lavora Salima invece è “diverso” da tutti i suoi coetanei e connazionali. Rappresenta l’estraneo nel proprio paese. Ma, a differenza di loro, Salima e Sayuri affrontano la difficoltà del sapersi raccontare e del raccontare. Si spogliano di ogni armatura e affrontano la realtà, determinate a non appartenere più a nessuna sottocategoria o minoranza. Sono due donne che hanno saputo fare della propria fragilità il punto di forza da cui ripartire.

Per citare Salima:

“Nella sua lista di cose da fare a ventinove anni non c’era scritto da nessuna parte che dovesse lasciarsi andare a sentimentalismi e tentare di persuadere il prossimo adducendo scuse di ogni sorta. […] Non c’era neanche scritto che dovesse affondare in lacrime per via di una ferita. Era finalmente riuscita ad afferrare la vita, e non aveva la benché minima intenzione di farsi mettere i bastoni tra le ruote da niente e da nessuno […]”.

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